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Pensieri improvvisi / 1

gennaio 5th, 2014 § 1 comment § permalink

 

Accumulare denaro.  Accumulare cognizioni ed esperienze.  Accumulare letture di libri. Collezionisti: re della numismatica, ricchi della carta da caramelle.  Accumulare glorie: ancora una poesia, ancora una parte. Elenchi di donne. Provviste di ammiratori. Tacche sul calcio del fucile.  Accumulare sofferenze:  quanto ho patito, quanto ho subito. Viaggi.  Inseguendo luminose sensazioni.  Scoperte, conquiste, aumento dell’economia.  Chi ha accumulato di più, è ritenuto migliore, più illustre, più colto, più intelligente, più popolare.
E in mezzo a tutto questo generale accumulare:

-Beati i poveri di spirito!

Da “Pensieri improvvisi”, Abram Terz ovvero Sinjavskij, Milano, 1978.

Un libro, oramai fuori edizione, che ho cercato e ritrovato in casa. Sarebbe da ristampare,  in attesa di ciò, propongo e proporrò qualche altro pensiero improvviso prima di rileggere anche “Una voce dal coro”.

Essere e non essere, buon anno

gennaio 1st, 2014 § Commenti disabilitati su Essere e non essere, buon anno § permalink

allo stagno dei patriarchi

Zoppicando leggermente, Woland si fermò accanto al suo podio, e subito Azazello comparve dinanzi a lui con un piatto fra le mani, e sopra questo piatto Margherita vide la testa tagliata d’un uomo coi denti davanti rotti. Continuava a regnare il piú completo silenzio, che fu interrotto soltanto una volta da una scampanellata, lontana, incomprensibile in quelle circostanze, come se qualcuno avesse suonato all’ingresso principale.

– Michail Aleksandrovič, – disse Woland

con voce contenuta, rivolgendosi alla testa, e allora le palpebre dell’ucciso si sollevarono, e sul volto morto Margherita, rabbrividendo, vide gli occhi vivi, pieni di pensiero e di sofferenza.

– Tutto si è avverato, nevvero? – continuò Woland guardando la testa negli occhi.

– La testa è stata tagliata da una donna, la seduta non ha avuto luogo e io abito nel suo appartamento. Questo è il fatto. E il fatto dente fautore della teoria che, una volta tagliata la testa, la vita cessa nell’uomo, egli si converte in cenere e se ne va nel non essere.

Mi è gradito comunicarle in presenza dei miei ospiti, sebbene essi servano di prova a una teoria del tutto diversa, che la sua teoria è seria e ingegnosa. Del resto, tutte le teorie si equivalgono. Fra di esse ce n’è anche una secondo cui a ognuno verrà dato secondo la sua fede. Si avveri pure questo !Lui se n’andrà nel non essere, e io avrò il piacere di bere alla salute dell’essere dalla coppa in cui si convertirà!

Woland alzò la spada. Subito i tegumenti della testa si scurirono e si rattrappirono, poi si staccarono a pezzi, gli occhi scomparvero e ben presto Margherita vide sul piatto un cranio giallognolo con occhi di smeraldo e denti di perla, montato su un piede d’oro.

(Da Il Maestro e Margherita di M. Bulgakov)

Da vedere il bellissimo sceneggiato russo. Sì, in russo, ma credo vi siano versioni con sottotitoli in diverse lingue. Questa lunga visione mi ha riempito di felicità durante queste festività. Bulgakov è una scoperta continua. Buon anno!

 

Il mese più crudele, un post per ricominciare

maggio 26th, 2013 § 1 comment § permalink

 

Aprile di due anni fa è stato per me il mese più crudele. La morte di mia madre è arrivata improvvisa. Già, in precedenza, c’erano stati anni difficili, impegnativi. Il silenzio della scrittura mi era sembrato normale, un modo per risparmiare energie per sopravvivere. Ora non più. Avevo scritto per anni in un blog su Splinder, http://pescevivo.splinder.com, di cui sono riuscita a salvare fortunosamente i contenuti, dopo la dismissione della piattaforma. Riprendere a scrivere sarà un’avventura e mi chiedevo da dove ripartire. L’unica risposta possibile è da qui, da dove sono. Da adesso. Ora.

 

Chi se ne è andato non desidera tornare.

Pensiamo che si strugga per il mondo

prestandogli la nostra nostalgia.

L’oleandro che trema, l’abete

che si sfrangia più latteo della luna

e tutta la bellezza incomprensibile

che ci ostiniamo a raccontare.

 

Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro

bussare per entrare o chiamare

come i pazzi che cullano le pietre

bisbigliando loro: amore.

 

Video (Bill Viola, Ocean without a shore, Venezia, Biennale 2007), poesia di Antonella Anedda, da Salva con nome, Mondadori 2012. (Anche ascoltata su RadioTre un pomeriggio, poco prima delle cinque, durante la trasmissione Fahreneit).

 

Roma, Fontana di Trevi, fine anni '60

Roma, Fontana di Trevi, fine anni ’60

 

 

 

L’irresistibile necessità dell’amore

ottobre 3rd, 2010 § 1 comment § permalink

 “Chi non ha visto una chiesa di Napoli durante una novena, chi una sera di maggio non ha lasciato le strade strette immerse in un odore di marcio e di fiori per entrare in una chiesa dove l’altar maggiore sia coperto di migliaia di bianchissimi gigli, rose e tuberose, non sa cosa siano i sogni, la luce, il dolore”.  (da Mistero doloroso, Anna Maria Ortese).

Anna Maria Ortese, (Roma, 13 giugno 1914 – Rapallo, 9 marzo 1998), mi sembra una scrittrice sottovalutata e poco riconosciuta. Con sorpresa ogni tanto qualcuno la fa ricordare.


La citazione iniziale della Ortese apre la bella recensione di Valeria Parrella, su La Repubblica del 29 settembre 2010, “L’irrestibile necessità dell’amore”, sul lungo racconto della Ortese, “Mistero doloroso”, pubblicato da Adelphi, con la postfazione di Monica Farnetti.

In merito al racconto spiega la Parrella: “il mistero che promette il titolo non ha nulla a che fare con i Misteri Gloriosi, e ciò che lo rende doloroso è assolutamente mondano, del tutto umano. Il mistero doloroso è l’ amore che balugina, senza mai nominarsi, senza mai essere dall’ autrice nominato (eppure inconfondibile nelle sue definizioni), nell’ animo della piccola Florida, e in quello del giovanotto Cirillo, l’ uno per l’ altra, sorpresi essi stessi dall’ affacciarsi di un sentire che si manifesta come necessità e mancanza, quindi come dolore insondabile”. (..) “quello che rende straordinari questi incontri (che sono poco più di un incrociarsi d’ occhi, o piccoli gesti nel silenzio di una chiesa) è l’ immediato riconoscersi l’ uno dell’ altra, e riconoscersi non nel senso che ciascuno riconosce nell’ altro l’ anima gemella, bensì che ciascuno riconosce una parte di se stesso nell’ altra, cioè si riconosce. Di lui: “voleva disperatamente, vedendola, trovare qualcosa di sé, di caro, che appariva perduto”, e di lei, poco oltre: “non appena lo vide, sentì che aveva bisogno del suo aiuto per sopportare se stessa”.Così pare funzionare l’ amore e il suo mistero, per la Ortese”(…) “Ed ecco che nell’ arco di una primavera partenopea, di un maggio, nel tempo di una novena mariana alla quale si affidano le sorti delle donne, degli amori, delle spose, quel rosario da sgranare che racchiude in sé i cinque misteri gloriosi si realizza, invece che nella gloria, come mistero di dolore tra quei vicoli appestati di Napoli, oggi ancora ugualmente appestati, che tanto segnarono l’ infanzia della scrittrice”.

Eppure, quanto amore, quanto dolore, quanta gioia, quanta luce, nella recita del rosario…
      
       

La fede del gatto

ottobre 3rd, 2010 § Commenti disabilitati su La fede del gatto § permalink

Sono sempre in ritardo, ahimè, è dal 18 settembre 2010 che conservo in borsetta il bellissimo articolo di Edoardo Rialti, da Il Foglio, su “L’anglicano scomodo. Storia di C. S. Lewis, lo scrittore convertito che piace a B-XVI e imbarazza gli inglesi”.

Vi metto in evidenza due passaggi intensi: il primo sull’esperienza e il secondo è un aneddoto gustoso.

Scrive il Rialti: Lewis sapeva che la maggior parte delle persone dell’occidente moderno si immaginano Dio in fondo come “il tipo di persona che sta sempre a spiare se uno se la spassa, e poi cerca di impedirglielo”. Era altrettanto, se non più, sicuro che si fosse veramente cristiani in virtù e non nonostante i propri desideri più profondi (…) (Dio) non ha mai avuto paura di puntare tutto sui “più profondi desideri e impulsi” dell’uomo, giacchè sono proprio questi a condurci a Dio. (…) “Quello che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate; ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete aver ingannato voi stessi, ma l’esperienza non sta ingannando voi. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente”. (…)  “La caratteristica dei dolori e dei piaceri è che non ci si può ingannare sulla realtà, e perciò, in quanto esistono, offrono all’uomo che li prova una pietra di paragone della realtà”. (…) L’uomo secondo Lewis non deve fare altro che guardare bene a ciò che desidera, perché è questo a identificare la propria identità ultima e irriducibile, il suo volto, senza il quale non è possibile scoprire nessuna risposta adeguata”.

Non sorprende che “proprio i figli spirituali più celebri del grande apologeta, i suoi eredi artistici e filosofici, siano in maggioranza diventati cattolici, riconoscendo di aver semplicemente portato alle estreme conseguenze quanto era già implicitamente presente nel pensiero e nello sguardo del loro “maestro ed autore”.  

Come ad esempio: “Walter Hooper, segretario di Lewis e curatore della sua opera omnia, la persona che è riuscita a mettere a disposizione del mondo le migliaia di lettere di chi, pur così gravato da mille responsabilità, ha sempre risposto a chiunque gli abbia scritto, fosse il più illustre dei colleghi o il più piccolo dei bambini. E proprio un aneddoto raccontato di persona da Walter Hooper a chi scrive è forse in grado di descrivere perché tutti costoro, e molti altri, sotto l’influenza di Lewis, abbiano “varcato il Tevere”, come si usa dire. “Se Lewis fosse qui, oggi su questa terra, sarebbe certamente cattolico”, mi disse. “Per me il punto di svolta fu una domenica di Pasqua, anni dopo la sua morte. Mi recai in cattedrale, e un vescovo anglicano – mantenne questa vaghezza per carità, credo, nda – iniziò l’omelia dicendo: ‘Cari fratelli, stamattina parlavo col mio gatto, e gli domandavo: ma tu, o gatto, sei davvero sicuro che Gesù sia risorto?’. Me ne andai via disgustato; a casa accesi il televisore e vidi a Roma un uomo vestito di bianco esclamare a gran voce ‘Cristo è davvero risorto!’. Dove mai sarei potuto andare?”.
      

Il fantasma di Cristo

settembre 3rd, 2010 § 1 comment § permalink


Riprendo, grazie ad un caro amico della fraternità, una bella intervista di Marina Corradi a Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay in visita in Italia, tratta dal settimanale Tempi del 29 luglio 2010.  
Ne estrapolo la parte riguardante la questione del vedere Dio, dove Dio ci guarda attraverso i suoi testimoni contemporanei; nell’essere abbracciati da uno sguardo si ricambia lo sguardo di Dio stesso, e tale sguardo ci cambia, cambia la vita. La Corradi chiede a Padre Trento:

Quello che non capisco è come fai a parlare di Cristo come di una Presenza assolutamente concreta. È una cosa che mi meraviglia. Io, Gesù Cristo non lo vedo. Lo cerco, lo inseguo, ma non è una Presenza come lo puoi essere tu ora davanti a me. Capisco bene il Barabba di Lägerkvist, che, dopo avere girato a lungo attorno al Golgota, dice sconfitto: “Ho desiderato di credere”. Per me, pure nel desiderio, Gesù Cristo resta spesso un fantasma.

 Anche a me accadeva quello che tu dici, una volta. Ciò che ha dato concretezza a Cristo è stato il modo in cui mi ha guardato Giussani, il modo in cui mi ha tenuto con sé e accompagnato. Attraverso lo sguardo di don Giussani, Cristo è diventato una Presenza concreta accanto a me.

D’accordo, tu hai conosciuto Giussani, ma d’altra parte non a tutti quelli che hanno incontrato Giussani ne è venuta una uguale certezza di fede. Mentre tanti uomini non incontrano né Giussani né alcun testimone credibile di Cristo. Di loro, che ne è?

Credo che chi conosce un cristiano autentico e prosegue tranquillamente per il suo cammino sia un borghese, che ha in fondo sulla vita una domanda modesta. Quanto a quelli che non incontrano nessuno, penso che operi una sorta di selezione naturale in base all’intensità della domanda di senso. Se la domanda è davvero forte, un uomo cerca e cerca: finché non trova. (…)

Certo, se Cristo fosse quella Presenza concreta di cui tu parli, questo cambierebbe davvero la vita. C’è sempre di mezzo questo fatto di “non vederlo”.

Tu dici che non vedi perché non puoi toccare e misurare, perché sei dentro, come tutti, alla nostra cultura positivista. Ma se tu guardi che cosa succede ai nostri malati che si convertono ad Asunción, sei costretto a dire che c’è in loro un’autentica guarigione. Allora, se opera, “c’è” (è vero); se opera, Cristo è vero.

Che cosa fa bene, che cosa cambia in meglio un uomo?

Secondo me, come mi ha insegnato mia madre, confessarsi spesso. La confessione cambia e guarisce. E l’Eucaristia cambia ontologicamente una persona: il corpo di Cristo in noi ci cambia.

Nella quotidianità, nel fare magari apparentemente banale di tutti i giorni, che cosa fa bene?

L’aderire alla realtà. Mai sfuggirla, mai rifugiarsi nei propri pensieri, chiudersi nella propria stanza, isolarsi. Stare di fronte alla realtà che ci è data, affrontarla. Osservare molto. (…). Stare tenacemente nella realtà, che è la circostanza in cui Cristo ci si presenta in quel momento. (…)

La grande fatica di Giorgio Bocca

settembre 1st, 2010 § 2 comments § permalink

Antonio Gnoli intervista il veterano dei giornalisti italiani Giorgio Bocca, in occasione del compimento dei suoi novanta anni, su La Repubblica del 17 agosto 2010, “I 90 anni di Bocca il provinciale che racconta l’anomalia Italia”. 
Mi soffermo sulla parte che più trovo interessante.
Gnoli chiede a Bocca: “Non prova nessuna attrazione per l’invisibile?”

“Se resta tale no.”

“Anche se l’invisibile prende il nome di Dio?”

“Per il mio spiccato senso pratico mi ha sempre infastidito questo Dio nascosto che non si fa vedere. Ma fatti vedere! Fatti riconoscere! Mi verrebbe da dirgli.”

“Un credente replicherebbe che è un problema di fede”. 

“La fede è un sentimento poco razionale e difficilmente difendibile con argomenti fondati. Quando vedo nell’universo rotolare senza alcun senso dei globi, la disperazione mi avvinghia. E mi chiedo: “Ma che razza di mondi ha creato questo Dio?”  E non hai nessuna risposta convincente davanti alla scoperta che solo da noi c’è vita, mentre tutto il resto dell’universo c’è solo ammoniaca e metano”.

Dopo altre domande e risposte di altro genere, Gnoli decide di insistere:             

“E Dio –per tornare sull’argomento- lo ha proprio escluso del tutto?”

“E’ lui che ha escluso me. Capisco il bisogno di cercarlo. Ma non capisco tutta la fatica che ci vuole. Sono amico di alcuni teologi, ma non mi hanno convinto della necessità di cercare questo Dio nascosto. Ci sarà anche, ma se devo fare una fatica così grande per trovarlo, ne faccio a meno.”

E’ davvero così grande questa fatica? Che cosa è questa fatica? La fatica è quella della libertà umana di fronte ad un Dio che non ci vuole credenti per forza, obbligati davanti ad una evidenza che non lascerebbe alcuna scelta. Dio invece vuole proprio una libera scelta, solo per amore. E’ vero che non vediamo Dio faccia a faccia, e forse anche viviamo in un’epoca in cui le tracce di Dio si sanno vedere di meno. Però lo sforzo della libertà è dato a tutti, chiunque può dire il suo sì a Dio che si è fatto uomo; ad una storia e ad una tradizione che vive solo per testimoniare questa storia. In un certo senso è lo sguardo umano che sembra mancare, ovvero il saperLo riconoscere guardando là dove Dio si manifesta.  
                      

Pensiero stupendo

luglio 23rd, 2010 § Commenti disabilitati su Pensiero stupendo § permalink

Da un’intervista, di Darlow Smithson a Stephen Hawking, pubblicata in primis su La Stampa il 7 luglio 2010, ripresa da Il Foglio del lunedì 12 luglio, emerge lo stile anglosassone della botta e risposta:
”Stephen Hawking, lei è considerato il più grande scienziato vivente: a quali grandi pensatori si ispira? “ 
“Galileo ed Einstein. Galileo è stato il primo scienziato moderno, ha capito l’importanza dell’osservazione diretta, ed Einstein è stato il più grande di tutti, ma, e questo è rassicurante, aveva un certo numero di lacune, come la meccanica dei quanti e il collasso gravitazionale” (…)
“Chi sono i suoi eroi? “
 “Galileo, Einstein, Darwin e Marilyn Monroe“. 
E così via, in leggerezza, con domande sul personaggio preferito dei Simpsons (Homer), sui gusti letterari, sulla materia scolastica in cui era più scarso a scuola (francese), sulla musica(Wagner), fino a: “A che cosa pensa più spesso durante la giornata? “ “Penso che la risposta sia vietata ai minori!”.
“Alcuni suoi scritti parlano di Dio, ma ho anche letto che lei è agnostico. Crede in Dio? “.
“Non credo in un Dio personale. E’ soltanto un “wishful thinking”.
Magari, tralasciando l’agnosticismo, Hawking crede in un Dio impersonale, perché se fosse un Dio che c’entra con la persona umana, non potrebbe che considerarlo un wishful thinking, troppo bello per essere vero: il pensiero di un Dio personale che nasce da un desiderio umano.
Ma davvero il desiderio umano è di per sé falso? Se fosse così delimitato, sarebbe davvero un “Pensiero stupendo/Nasce un poco strisciando/Si potrebbe trattare di bisogno d’amore/Meglio non dire” (Patty Pravo).
Che vuol dire Dio personale? Se vi fosse solo il desiderio dell’uomo, che cosa sarebbe? Sì, sarebbe qualcosa, ma di certo non sufficiente per aver fede in un Dio vicino all’uomo.
La legge del desiderio non è solo segno di una confortevole illusione, ma anche di una ricerca inesausta. L’aspirazione all’assoluto è iscritta nella natura dell’uomo.
Troppo spesso non si vedono o non si tengono in conto tutti i fattori che costituiscono la totalità comprensiva dell’umano –sennò di che totalità stiamo parlando?-, fra cui la storia (figuriamoci della filosofia, talvolta alcuni scienziati risultano incredibilmente fermi a Cartesio e al dio orologiaio).
Per le religioni è l’uomo che cerca ed aspira a Dio.
Per il Cristianesimo Dio è entrato nella storia attraverso Cristo. Dio si è incarnato nella storia dell’uomo ed è un fatto con cui bisogna confrontarsi. La pretesa di Gesù Cristo di essere Dio: è vera o falsa? Sì o no? Se Cristo è Dio incarnatosi nella storia, allora non è il semplice compiersi di una qualche aspirazione umana. È un avvenimento che cambia la storia. Un fulminante disegno sulla lavagna di Don Giussani è la sintesi di tale fatto, dove le frecce verso l’alto mostrano l’aspirazione dell’uomo e delle religioni verso il divino, e la freccia verso il basso mostra il divino che è entrato nella storia con un movimento gratuito verso l’umanità.

 

Gius3
              

La solitudine del cosmonauta

luglio 4th, 2010 § Commenti disabilitati su La solitudine del cosmonauta § permalink

terra - earth - mir

Su Internazionale, il settimanale con il meglio della stampa estera della scorsa settimana, trovate un articolo di Birk Meinhardt, dal Sueddeutsche Zeitung – tradotto da Mal (Matteo Alviti?)-, sull’unico, finora, astronauta afgano, Abdulahad Momand.

“Un giorno Michail Gorbaciov apparve in tv per annunciare il ritiro dell’Armata Rossa (N.d.B. dall’Afghanistan.). Prima però un afgano doveva essere assolutamente lanciato nello spazio, come simbolo dell’amicizia tra i due paesi e i due popoli. Era un gesto di pura propaganda, ma per Momand fu una grande fortuna. A 29 anni, solo dopo 6 mesi di preparazione partì per la missione Soyuz tm 6. Era il 29 agosto 1988 “.

 “Come’è la terra da lassù, Abdul, così blu come si dice? “Blu e verde. Fa impressione perché tutt’intorno è completamente nero. Ma la cosa più importante è che la vedi come una cosa intera. Ti senti un essere umano allo stato puro e sei molto orgoglioso di vivere sulla terra”.

Anche se da lassù non vedeva carri armati né caccia bombardieri nel suo paese, la guerra non cessava, dovette scappare. E’stato pilota di aerei militari, cosmonauta, diplomatico, ministro. Ora Momand vive in Germania con la famiglia.

Non ha più voluto avere contatti con il mondo dei piloti né con quello dei cosmonauti.

Dopo nove anni di attesa ha ottenuto la cittadinanza tedesca.  Per i primi anni in Germania non poteva uscire dai confini della cittadina in cui viveva. Per emergenza doveva uscirne per andare a Francoforte, fermato per un controllo, osò per la prima volta rivelarsi: “Ha spiegato di non esser un rifugiato qualunque, ma il primo è unico astronauta afgano. “Per noi è assolutamente irrilevante”, gli rispose il poliziotto di turno. Forse è questa la morale della storia di Momand: tutto quello che riesci a realizzare non serve a niente se sei nel posto sbagliato o sotto la bandiera sbagliata. Perché la terra non è quella cosa intera che aveva visto nello spazio. E non lo sarà mai.”.

Questa esperienza pare aver chiuso Momand in una solitudine pari  a quella della terra vista dallo spazio. Puoi aver visto la terra dallo spazio, intera e sola nello spazio, ma non è la sua unicità, la sua interezza fisica ad unirti e ad unire gli animi umani o i popoli.  Inoltre aver vissuto un’esperienza unica, storica persino, non ti risolve la vita quotidiana per sempre: Momand lo sa bene, sulla sua pelle. Puoi scegliere allora una solitudine che dia distanza da quello che hai vissuto un tempo, un anonimato che potrebbe risultare il male minore.

Invece mai la rassegnazione può essere l’ultima soluzione.

Si potrebbe andare al  fondo alla questione: è possibile una unità umana nel pianeta terra?

Da secoli l’umanità credente si è data una risposta in un Dio creatore, ma non solo.

Il popolo cristiano crede in un Dio che si incarna nella storia umana, lo stesso Dio che ha fatto cielo e terra, ed è questa la risposta. Ma, da cristiani, sappiamo ancora vederLo e far vedere? Nella diversità e nel rispetto spetta da sempre ai credenti dare testimonianza di una unità che unisca cielo, terra e umanità tutta con la sorgente dell’Essere, nonostante tutti gli sbagli umani che non saranno mai l’ultima parola sulla speranza di una unità umana.
Una citazione non cristiana, ma esemplificativa: quando Einstein cercò rifugio  Stati Uniti, gli fecero compilare un modulo d’ingresso. Alla voce, razza? Disse e scrisse: “Conosco una sola razza, quella umana”.
                                    

Vedo, non vedo

giugno 24th, 2010 § Commenti disabilitati su Vedo, non vedo § permalink

Indipendentemente dal titolo del post non coglierò l’occasione per dare dettagli sulla mia raffinatissima lingerie, -magari un’altra volta, perché indossarla è uno dei piaceri della vita-, ma vi informo di un articolo tratto da La Repubblica del 17 giugno 2010: vi trovate l’incontro fra Michele Smargiassi e Georges Didi-Huberman, in merito al libro appena pubblicato dal filosofo francese, Come le lucciole (Bollati Boringhieri), una lucida confutazione del pessimismo radicale degli intellettuali, con l’invito di imparare a guardare: ”Era il 1984. Pasolini aveva scritto il suo famoso articolo sulla scomparsa delle lucciole nel 1975, quasi dieci anni prima. Ma io le potevo ancora vedere. Le lucciole erano tornate. Anzi, non erano mai sparite. Era sparito il desiderio di vederle” . Smargiassi chiede:“Le scintille lampeggianti nel buio, per Pasolini, erano la metafora del popolo, dell’ umanità, della resistenza all’ omologazione. Allora perché, dopo averne difeso l’esistenza, decise di assolutizzarne la sconfitta, di "inventarne" la fine? Perché, sulla sua scia, altri pensatori scelgono di "agire da sconfitti" rinunciando a cercare le intermittenti sopravvivenze di qualche bagliore?” (…) Un nuovo "tradimento dei chierici"?
Risponde il filosofo: ”Io non rimprovero. La critica filosofica non è mai rimprovero, è analisi delle ragioni. Io condivido, anzi, il pessimismo di Pasolini e ho cercato di comprendere la radice della sua disperazione politica. Questo non è un libro che contrappone un ottimismo a un pessimismo ideologici: io del resto non sono un ottimista. Cerco semmai, sulla scia di Benjamin, di "organizzare il pessimismo". La vittoria totalitaria non era così definitiva e senza rimedio. La scomparsa delle lucciole era la scomparsa della speranza di vedere la loro piccola immagine nel bagliore della società del consumo. Pasolini non vide la morte delle lucciole: per gridare il suo lutto contro il "genocidio culturale" rinunciò a guardarle. Io, con Bloch, sostengo che le immagini sono il nostro "principio-speranza", anche quando sono debolissime, sopravvissute nell’ombra. Del resto l’esistenza stessa di Pasolini e del suo cinema è la prova che questo è possibile. Pasolini cercava. Il vero pessimista dorme (…) Non è appartarsi dalla società, ma muoversi diversamente in essa. È quello che fa Pasolini quando lascia il centro della metropoli per esplorare le periferie, ascoltando le parole del lumpenproletariat, o quando viaggia in Africa. Spostarsi per rivolgere uno sguardo obliquo, del resto, è il gesto dell’antropologo. Spostarci: non sottrarci. Non basta spegnere la tv e dire che è orrenda, bisogna anche lasciare la poltrona, la casa, aprire gli occhi nella notte e cercare i bagliori negli spazi trascurati dal potere”. (…) Io sono uno storico delle immagini, anzi uno storico dell’ arte. (…) Guardare è la vera resistenza. (…) Cercare lucciole nel buio, oggi, è rinunciare a possedere. Catturo una lucciola: non farà più luce. La lascio andare: temo di averla perduta. Ma il dono che ricevo è più grande: è un ricordo di magia e di grazia che mi aiuta a restare libero”.

Non condivido appieno il giudizio su Pasolini, forse lucido e disperato ma soprattutto affamato di vita e di verità, trovo tuttavia vibrante l’invito ad aprire gli occhi nella notte e cercare i bagliori negli spazi trascurati dal potere”.  Mi ricorda l’immagine del monaco che viene rappresentato come un gufo con gli occhi aperti anche di notte, per poter meditare la Parola di Dio. Questa libertà non viene di certo in mente leggendo l’articolo, però è venuto in mente alla sottoscritta: serve meno magia -troppi presunti maghi in giro, che si rivelano stregoni-, ma molta più Grazia nel vedere e da vedere.